domenica 2 marzo 2008

Capitolo III: Un'ombra dal passato


Roma, 13 gennaio 1998

-Barletta che ti avevo detto che mi servivano per l'una, ma non l'una di notte!-
-Non sono stato a girarmi i pollici, ho dovuto fare da balia al nuovo acquisto. Non so cosa si aspettava facessimo in questo commissariato del cazzo, ma deve aver ricevuto un brutto colpo quando ha scoperto che non avevamo in dotazione un F16-
Barletta era grande come un toro e, al contrario di molti tipi grossi, invecchiando non era ingrassato, né era diventato goffo. Continuava ad uscire di pattuglia a quarant'anni ed era un po' il “sergente istruttore” del commissariato. Si dondolò sul posto come un bambinone e sorrise come un lupo al maresciallo.
-Senti Roberto, io ti voglio bene, ci conosciamo da una vita, ma se non mi fai avere i documenti che ti ho chiesto entro oggi pomeriggio per tutto il prossimo mese ti faccio uscire di pattuglia con quella palla al piede di Prete-
Barletta trattenne a stento le risate e, rivolto al superiore, con un ghigno un po' malefico.
-Scusi Maresciallo, ma chi dovrebbe essere sto prete?-
-Il novellino Barletta, il novellino!-
-Ah non sapevo che ora l'arma arruolasse uomini di chiesa. Ma magari lei si riferiva al carabiniere Abate...signore-
Il maresciallo si morse la lingua per non scoppiare a ridere appresso al suo sottoposto.
-Se spendessi meno tempo a fare l'idiota con me saresti generale Roberto!-
-Anche tu potevi esserlo Meo-
Ricceri si rabbuiò e torno immediatamente serio
-Va bene Barletta... si ricordi di portarmi quei documenti e dì a Prete, Vescovo o come diavolo si chiama di andare a prendere la macchina: stasera mi serve come autista-
Barletta s'accorse di aver detto una parola di troppo
-Meo...Maresciallo, se le serve un autista posso venire io-
-No Roberto, vai a cena a casa e, mi raccomando, salutami Giulia-

Rimase solo nel suo ufficio, di fronte a una scrivania ricolma di verbali accatastati in pile sbilenche, tante riproduzioni della torre di Pisa. Guardò le “torrette” percorso dal desiderio ribelle di spingerle giù dal tavolo, di liberarsi il un colpo di tutte le vuote formalità del suo lavoro. Vagliò con attenzione la possibilità di farlo sul serio, poi si alzò sbuffando e prese dall'attaccapanni il cappotto.
-Barletta io me ne vado a casa se ci sono problemi...non chiamarmi e vedi di cavartela da solo!- poi poco prima di sbattersi la porta alle spalle -E ricorda ad Abate della macchina, che si faccia trovare alle otto da me!-

Ricceri posò il Montgomery sulla poltrona in salone, buttò le chiavi in una ciotola sul tavolinetto e fece partire la segreteria mentre, in precario equilibrio, saltellando su una gamba, si sfilava le scarpe.
"biiiiiiip: Ciao Bart, sono Livia spero che non ti sia dimenticato di sabato, non vedi Irene da tre settimane poi non lamentarti se, quando state insieme, sembra gli abbiano piazzato un palo nel..."
"biiiiiiip: Ciao Meo sono Bartoli volevo ricordarti di stasera e chiederti di far entrare di contrabbando dell'alcol. Quella sadica della mia infermiera ha deciso di farmi diventare astemio!"
"biiiiiiip: Signor Bartolomeo chiamo per conto del dottor Martelli per volevo avvertirla che il professore non potrà essere presente alla prossima seduta, ma che se non ha nulla in contrario sarà seguito da un suo collega"
Una scarpa volò attraverso il salone impattando contro un vaso poggiato su di un tavolino.
-Fanculo!-
Si chinò a raccogliere i cocci. In ginocchio accanto al tavolino accese la televisione col gomito. La stanza buia venne illuminata debolmente.

Viveva nella casa dei genitori da quando Livia l'aveva lasciato, una casa enorme e semivuota in cui l'eco ti rincorreva da una stanza all'altra, inseguito dai fantasmi del passato.
Chiuse gli occhi per un attimo, gli parve di sentire l'odore dei toscanelli del padre: per sempre intrappolato nelle trame della tappezzeria dei divani.
Fuggì da se stesso portato a braccio dal profumo dei capelli di Livia che invece era descritto in un'elica del suo DNA, immutato, inalterabile, fatale. E poi con la stessa nostalgica tristezza provò ad afferrare il profumo di Irene che però, inesorabilmente, gli sfuggiva.

Era ancora chino, avviluppato dai ricordi, quando sentì qualcosa che gli fece lo stesso effetto di una scarica da 6000 watt. Alzò il volume del televisore.
"A breve la nostra penisola verrà investita da un fronte freddo..."
Ricceri si avvicinò allo schermo allungando una mano fin quasi a toccare il fiocco di neve disegnato sul Lazio.
Rimase lì anche quando la pubblicità interruppe le previsioni del tempo e, dopo qualche minuto di terribile immobilità, parlò alla stanza vuota con la voce rotta e l'espressione folle di un fanatico
-Lo farà di nuovo- quasi scoppiò a ridere -ucciderà ancora-
una lacrima gli scivolò su una guancia.

venerdì 1 febbraio 2008

Capitolo II: La maschera di Dimitrios



Roma, gennaio 1985


Ricceri Organizzò la squadra per pattugliare la zona, mise Serpieri al comando di dieci uomini per raccogliere le testimonianze dei vicini e, insieme al suo vice, Barletta, andò a interrogare la donna che aveva chiamato la polizia.

Nel frattempo erano arrivati sul campo il colonnello Gargano e il maggiore Palizzi: la storia aveva schiodato dalle loro poltrone i pezzi grossi, il che voleva dire che avevano poco tempo prima che la stampa si avventasse sul caso alzando un polverone grazie al quale il colpevole sarebbe sfuggito.

Insieme a Barletta, un omone di quasi due metri, entrarono nell'appartamento della signora Berlocchi. Il sole era già calato lasciando solo una scia rosso sangue sull'orizzonte romano.

Trovarono la donna in cucina che serviva il pranzo a due bambini, indossava un grembiule su cui si puliva ossessivamente le mani, non guardava mai in faccia i bambini che comunque osservavano il piatto che avevano difronte come in attesa di una rivelazione. La Berlocchi rispose alle prime domande sbrigando le faccende di casa, come se fosse intrappolata in una spirale da cui poteva liberarsi solo portando a compimento la routine giornaliera. Poi, finito di lavare i piatti fece accomodare i due carabinieri in salotto e si accese una sigaretta.

Barletta rimase in piedi, come di guardia, mentre Ricceri si accomodò difronte alla padrona di casa.

-Signora so che è sconvolta, ma vorrei sapere se conosceva la vittima-

Lei ciccò nel posacenere con dita tremanti come le ali di una mosca, prima di rispondere con voce altrettanto tremante.

-Si chiama...si chiamava, Laura Fanelli, abita nel palazzo accanto, veniva spesso qui a giocare con Manuel e Francesco. E' una bambina tanto buona non capisco chi possa avergli fatto una cosa del genere-

-Come le diceva prima il mio vice, siamo qui per sapere esattamente cosa ha visto quando ha trovato il corpo della bambina...qualunque cosa ricordi può esserci d'aiuto-

La signora rivolse a Bartolomeo un'occhiata penosa.

-Ma non sono stata io a trovare il...sì...il corpo!-

Barletta e Ricceri si guardarono stupiti

-Ci scusi, ma allora come faceva a sapere della bambina?-

-Sono stati loro a vederlo per primi-E indicò i bambini nell'altra stanza -Stavano giocando nel parco quando hanno visto...si...il corpo-

Ricceri sentì un peso enorme piazzarglisi sullo stomaco

-Signora allora dovremmo fare a loro le domande...con il suo permesso naturalmente-

La donna venne percorsa da un brivido, gli occhi si riempirono di lacrime trattenute. Tormentandosi un'unghia dipinta di rosso rispose guardando per terra.

-Non hanno parlato più da quando è successo...ci ho provato a chiedergli qualcosa, ma non mi stanno a sentire-

Barletta posò una manona gentile sulla spalla della donna ottenendo come unico risultato la somma di violenti singhiozzi al pianto già straziante della madre.

Fu quando la signora si aggrappò al braccio del mio vice che rientrò in casa il marito della Berlocchi...fu la prima volta che Ricceri vide in faccia l'assassino della piccola Laura.

giovedì 24 gennaio 2008

Capitolo I: In un tempo freddo e oscuro



(pubblicherò più o meno una pagina alla settimana del mio racconto lungo...mi scuso se a volte non riuscirò a concludere degnamente ogni parte, ma...lavoro per voi ; )


Roma, gennaio 1985


Un capannone scuro e solitario sorgeva in mezzo al campo innevato, piegato su un lato dal vento, gridando, ad ogni nuova folata, con la voce stridula di una donna arrabbiata. La neve tutto intorno era sporca, macchiata di smog e fango, ma era pur sempre neve.

-Mai vista neve a Roma!-

Il Maresciallo Antonini sputò fuori le parole con il fumo della sigaretta, pentendosi in un momento d'aver lasciato nell'auto la sciarpa e il berretto.

Il Brigadiere Capo Bartolomeo Ricceri, che gli camminava accanto, sorrise e guardò verso la strada lontana, uno schizzo nero in quel candore sporco. La città non era ancora arrivata fin lì; Casal dei Pazzi somigliava ancora al posto in cui era cresciuto, fatta eccezione per quel palazzone solo e brutto di Via Lagostina.

Ricceri e il Maresciallo non erano arrivati sul posto che alle quattro del pomeriggio, ma la denuncia del ritrovamento era stata fatta subito dopo l'ora di pranzo. Aveva chiamato una signora, tanto agitata da mettere il pepe al culo anche al centralinista che era schizzato su come un tappo di spumante e aveva fatto rapporto al capitano con gli occhi spiritati di chi si è appena imbattuto in un fantasma. Avevano subito avvertito il comando di zona e la scientifica, ma la nevicata aveva bloccato la maggior parte delle strade.

Il Maresciallo e il Brigadiere non erano arrivati che al tramonto.


Oltrepassarono il cordone attorno al capanno. Gli scarponi che scricchiolavano sulla neve erano l'unico suono nel parco, i carabinieri, schierati attorno al luogo del delitto, stavano insolitamente in silenzio, davano le spalle all'aria recintata, pallidi come lenzuoli.


Lei era distesa nella neve, le labbra blu, i capelli biondi incrostati di ghiaccio, due profondi tagli sulle orbite, il corpicino rannicchiato su se stesso come un micio addormentato.


Ricceri corse fuori dal cordone, si inginocchiò nella neve e fu scosso da un conato. Il Maresciallo gli si avvicinò da dietro e gli porse un fazzoletto.

-Hai una figlia Meo-

Era un'affermazione, ma il brigadiere si ripulì le labbra e rispose lo stesso.

-Si chiama Maria signore- un altro conato -ha cinque anni-

-Ritornatene alla macchina allora. Serpieri e Barletta stanno arrivando, se ne occuperanno loro-

Bartolomeo si rialzò tremando

-Signore, se permette vorrei poter seguire il caso. Proprio perché sono un padre è una cosa che devo fare-

-Non c'è bisogno, Meo. Abbiamo già abbastanza uomini-

Il brigadiere si scosse e guardò dritto negli occhi il superiore

-Pietro sai che, semplicemente, non posso restarne fuori-


Tornarono insieme allo spiazzo davanti il capanno.

Il medico legale era piegato sul cadavere, di solito impassibile e freddamente efficiente, questa volta pareva, invece, visibilmente scosso. Quando il maresciallo gli chiese un rapporto preliminare quello lo sommerse di informazioni, come se l'analisi scientifica dell'accaduto lo rendesse meno cruento, meno agghiacciante, meno animale.

-La vittima non è stata ancora identificata, ma a occhio e croce dovrebbe avere sui dieci anni. La causa del decesso, come attestano i lividi intorno alla gola, è il soffocamento, è stata strangolata a mani nude, ma l'ora del decesso sarà difficile da accertare considerato che il corpo è rimasto per molto tempo nella neve. Le incisioni agli occhi sono sicuramente post mortem- il medico sembrò ancora più a disagio. Con una stecca di legno aprì la bocca della bambina.-dentro la cavità orale è stato incastrato uno straccio. Anche questo deve essere stato fatto a morte già avvenuta e...ci sono anche segni di violenza-


Il Maresciallo e Ricceri si allontanarono

-Cosa ne pensi Meo?-

-Penso che il pedofilo l'abbia uccisa per paura di essere beccato e che probabilmente e stato il suo primo crimine. Gli ha cavato gli occhi e tappato, letteralmente, la bocca. Forse per esorcizzare la possibilità che lei ci rivelasse qualcosa di lui, o forse si vergognava e non voleva essere visto dalla sua vittima, magari ha dei figli e si sente in colpa, magari è un dannato psicopatico-

Il maresciallo lo fulminò con uno sguardo, poi con il tono più imperioso possibile ordinò:

- Avverti la squadra di controllare palmo a palmo la zona, poi di interrogare il vicinato. Vorrei anche che parlassi con chi ha trovato il corpo e fammi sapere a chi appartiene il capanno e per cosa lo utilizza- poi con un tono più caldo -Meo, sono ancora disposto a dare il caso a qualcun altro. Pensaci bene-

Il brigadiere si mise sull'attenti, pronto a eseguire gli ordini.

sabato 22 dicembre 2007

Lions for Lambs


Lions for lambs è un film pericoloso, pericoloso per le nostre certezze.

Il film ci mette difronte alla nostra apatia, alla negligenza verso un un mondo che ci sembra sicuro. Cullati dalla nostra ricchezza, dall'apparenza di una sicurezza inviolabile, non vediamo la direzione inequivocabile che sta prendendo il mondo. I telegiornali, le notizie sulla guerra, i discorsi dei politici, ci parlano di un pericolo imminente, mentre il nostro universo di certezze è già sull'orlo del precipizio. Se anche non è già in caduta libera. Mettiamo un dito in una falla mentre la nave affonda inarrestabile. Alla fine però tiriamo un sospiro, stringiamo un po' la cinghia e proseguiamo sulla stessa strada di sempre. Si attua quel meccanismo che già esiste in natura: quando una ferita è troppo dolorosa, uno shock troppo forte, ci inizia a pervadere una paradossale sensazione di benessere che, anche se sembra salvarci dalla fine imminente, non fa altro che renderci stupidamente inconsci del pericolo. Funziona così questo gigantesco macchinario che abbiamo creato. Ci distrae, non ci imprigiona, o almeno non in una gabbia di cui possiamo vedere le sbarre. La nostra prigione assomiglia a un centro ricreativo per menti desiderose di riposo (un riposo eterno e costante). Le idee vengono sostituite da dati, statistiche, le opinioni diventano merce rischiosa, incerta e soprattutto inaffidabile. In un sistema in cui i numeri sono l'unica realtà riconosciuta ci sentiamo troppo ignoranti, troppo stupidi per dire la nostra.

Come facciamo a non accorgerci che in questo modo non stiamo semplicemente rinunciando al nostro potere individuale, ma stiamo addirittura offrendo volontariamente la nostra coscienza ad un indefinibile “pensiero comune”. Mi chiedo anche come sia possibile, se ognuno di noi delega la propria opinione a un movimento politico e al sistema mediatico, che esista davvero questo “pensiero comune”. Che non sia solo un'altra merce da vendere al migliore offerente. Se il terrorismo ci minaccia allora appoggiamo una guerra che protegga il nostro stile di vita, ma se quella stessa guerra ci inizia ad angosciare, se è la guerra a diventare il pericolo più prossimo al nostro nido allora il “pensiero comune” si vende al pacifismo: tutto piuttosto che delegare. Non prendiamo più nessuna decisione, semplicemente, scegliamo chi la prenderà per noi.

Non sono un sedicenne idealista, convinto che scendere in piazza significhi molto per il mondo, ma non voglio neanche diventare un quarantenne depresso che pensa a ciò che avrebbe potuto se fosse stato ancora giovane.

Quindi scrivo, racconto quello che mi passa per la testa, do la mia opinione su fatti da cui vengo escluso per insufficienza di credibilità, rivendico il mio diritto inalienabile ad avere una coscienza.


(Ho cominciato a scrivere pensando di parlarvi del film, ma sono finito a discutere di tutt'altra cosa, ma forse anche questo è, un po', riconquistarsi le proprie idee)

venerdì 21 dicembre 2007

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Il colonnello si sedette di fronte all’uomo in manette. Un uomo sulla quarantina, abito molto elegante, gemelli d’oro ai polsini, scarpe lucide, occhiali firmati.
-Allora lei è il signor Mc Donnel?-
-Così pare-
-E’ inglese vero?-
-Dice così il documento no?-
-Parla italiano molto bene, ha anche un nome italiano vedo…è di qui?-
Il carabiniere attese una qualche reazione da parte dell’altro.
-Va bene, capisco, cominci pure a raccontarmi tutto dal principio-
Mc Donnel si mosse con lentezza si portò col sedere sul bordo della sedia, sporse le braccia sul tavolo, e fissò il suo sguardo opaco in quello dell’agente.

-Se devo raccontare tutto mi serve una sigaretta e i suoi uomini mi hanno preso tutto quello che avevo in tasca-

Il colonnello Fantoni tirò fuori un pacchetto di Malboro rosse dal taschino della divisa,prese una cicca, l’accese e la mise fra le labbra dell’interrogato.
L’uomo tirò un paio di profonde boccate facendo uscire il fumo in nuvole dense come la tensione che li circondava. Cominciò a raccontare.
-Francesco era un ragazzino tranquillo…-

Il colonnello fermò subito l’uomo sollevando una mano come una paletta rossa.

-Scusi se la interrompo, ma vorrei mi spiegasse unicamente cosa è successo stasera in questa casa, non mi interessa sapere altro-

Mc Donnel aspirò una lunga boccata, il volto era rimasto impassibile da quando l’avevano trovato seduto la, su quella stessa sedia, due ore prima.

-Se vuole davvero sapere cosa è successo dovrà ascoltare la storia fino in fondo, senza interrompere-

Il colonnello rimase turbato dal tono monodico della voce di Mcdonnel, aveva di fronte un uomo svuotato da ogni emozione.

-Continui con la sua storia allora, ma l’avverto tra poco dovremo portarla via-

-Non ci vorrà molto colonnello. Come stavo dicendo; Francesco era un ragazzino tranquillo. Nacque qui a San Basilio in una di queste case popolari. Sulla porta dell’appartamento della sua famiglia c’era un crocifisso, appeso mezzo per storto, sempre sul punto di cadere, come se già avesse capito che aria tirava lì dentro. Francesco aveva una famiglia normale, una famiglia “come vuole natura”. Dicono così in questi giorni vero?Francesco stava sempre a casa, non usciva mai e, anche se a volte si annoiava e altre aveva paura il tempo passava comunque. Fu quando iniziò ad andare a scuola e a conoscere i compagni e i loro genitori che scoprì che la sua famiglia era differente. Scoprì che non tutte le mamme coprono con il fondotinta i lividi, che non tutti i papà avevano quello strano odore acre e pungente e che non tutti i pavimenti delle case erano coperti dei vetri delle bottiglie rotte-

Tirò una lunga boccata Mc Donnel. Il colonnello Fantoni se ne accendeva una a sua volta mentre si muoveva sulla sedia come avesse iniziato a scottare.

-Frequentava le superiori Francesco quando suo padre lo picchiò per la prima volta. Fino ad allora non aveva mai avuto il coraggio di sfiorarlo, anzi lo rendeva suo complice.Francesco lo conoscevano in tutto il quartiere, tutti i bar e i discount. Girava con pochi spicci nelle saccocce e comprava sempre le bottiglie più grosse e meno care. Quel giorno, il primo che ce le prese, stava davanti a un discount, rimase lì impalato per mezz’ora prima di prendere la propria decisione.
Mise su un’aria risoluta, come nella testa fosse scattata una rotella,girò i tacchi e se ne tornò a casa a mani vuote, con gli spicci stretti nel pugno-

Mc Donnel spense la sigaretta nel posacenere, intreccio le mani sul tavolo e riprese a raccontare.
-Il padre lo colpì al torace e alle braccia dove non si vedono i segni, gli ruppe due costole. Il giorno dopo Francesco era a scuola con indosso un maglione per coprire i lividi, anche se era già giugno, anche se lo presero tutti per pazzo. E mentre seguiva la lezione stringeva forte il labbro tra i denti, fino a farlo sanguinare, fino a dimenticare un altro dolore. Passarono altri due anni, il padre continuava a pestarlo, la madre a proteggerlo e Francesco a vergognarsi della sua impotenza-

-Un giorno, quando aveva ormai 16 anni la madre uscì con lui mentre il padre dormiva. Gli piazzò sul palmo della mano due banconote da cinquantamila lire e gli disse solo di scappare lontano-

Mc Donnel poggiò la schiena alla sedia e distese le gambe sotto il tavolo tormentandosi le nocche escoriate.

-Stia attento colonnello perché ora viene il bello, ora si svela l’arcano-
Una lunga pausa densa come il fumo nella stanza
– Francesco sparì, nessuno ebbe più sue notizie fino a stasera. E oggi quando tornò al suo quartiere e ripassò davanti ai bar e i discount e salì a casa, in questa casa, a riconoscerlo fu solo quel cristo sulla porta, appeso mezzo per storto, sempre sul punto di cadere-

- Deve sapere che ora Francesco ha cambiato nome, ha vissuto in Inghilterra, s’è comprato degli abiti molto eleganti, le scarpe lucide, i gemelli d’oro e gli occhiali firmati-

Ora il Colonnello Guarda Mc Donnel in modo diverso, con un sorriso un po’ triste.
E Mc Donnel inizia a parlare in un sussurro.

-Quarant’anni che non entravo qui dentro. Francesco si è fatto una famiglia, due bimbe bellissime. Ora si chiama Orlando, il nome di un paladino: senza macchia e senza paura. Ma la paura torna sempre a bussare alla porta di quelli a cui ha preso l'anima. Quando si corica accanto alla moglie e le costole rotte gridano, quando si sveglia nel pieno della notte dopo un incubo dal sapore di sangue e il puzzo di vino, allora da cantuccio del suo essere si fa sentire la voce triste di Francesco. Ma alla moglie ha mentito su tutto, lei è innamorata di Orlando, Francesco la turberebbe. Così per quarant’anni sono costretto a indossare una maschera e, mi chiami pure vigliacco, la messa in scena mi inizia a piacere più della mia vera vita. Qualcuno però bussa alla mia porta, e Francesco è al settimo cielo. Scopro che mia madre è morta ormai da un anno…-

-come è possibile che lei…cioè che Francesco sia contento della morte della madre-

Orlando è stanco morto, pulisce ossessivamente il polsino, vicino ad un gemello. Una macchia di sangue piccola come una moneta, unica nota stonata nell’armonia del vestiario dell’uomo.

-La prego, mi faccia proseguire, le ho già detto che la storia la deve sentire tutta-

Il colonnello guarda negli occhi dell’uomo ed è come se vi si fosse disciolto un iceberg di dolore e rimorsi.

-Mi scusi continui pure-

-Come le dicevo Francesco quando scopre che la madre è morta ed è al settimo cielo. In quegli anni di vessazioni lei è stata l’unica a difenderlo. I vicini, tutte sante famiglie, avevano sentito le urla e i tonfi, le liti furibonde, ma quando c’era stato da lamentarsi si erano lamentati del rumore, non dei lividi, dei denti rotti…dei rumori-

Per la prima volta durante tutto l’interrogatorio, Orlando fissa il suo sguardo su quella figura distesa in terra, avvolta da quel lenzuolo bianco. Un fantasma.

-Mia madre non avrebbe mai capito, mia madre lo amava a dispetto delle botte, mia madre voleva salvarlo. Porgeva l’altra guancia, ad ogni pugno porgeva l’altra guancia-

-Ieri sera ho preso un aereo, ho passato la giornata a ricordare, rinchiuso in una stanza d’albergo. Sono venuto qui e l’ho aspettato a questo tavolo, sincronizzando la mia rabbia con il ticchettio delle lancette dell’orologio-

Un’altra lunga pausa.

-Ho sentito il tintinnio di bottiglie che sbattono tra loro e l’eco di quel suono è risalita dalla pieghe del tempo. Dopo quarant’anni passati nella vita di un altro sono tornato a casa, sono tornato in me. Lui è entrato ignaro della mia presenza, le chiavi in una mano, la busta con le bottiglie nell’altra. Non ci sono state parole, né spiegazioni, solo furia e sangue. L’ho colpito sul viso, dove feriva mia madre, gli ho rotto le costole, come aveva fatto lui con me la prima volta. Intanto le bottiglie erano andate a sbattere contro il muro, rompendosi. L’odore acre del vino scadente s’è diffuso per la stanza; e solo allora ho capito. Ho notato l’ordine, il profumo di pulito, il pavimento sgombro dai vetri. Nello stesso momento mi sono reso conto di quanto fosse vecchio e piccolo quell’uomo che mi aveva terrorizzato per una vita-

-Era il momento giusto per fermarsi, ma nessuno scappa mai di casa. L’ho ucciso cento volte per ogni notte passata nel terrore del suo rientro-

Il colonnello è più confuso che mai.
-Cosa aveva capito…che cosa la doveva fermare?-

Nella stanza entrarono due carabinieri, fecero alzare Orlando, mentre spiegavano al loro superiore che era il momento di portarlo via.

-Prima di andare controlli in quell’armadietto colonnello- indicando un mobiletto accostato alla parete - E si ricordi che non si cambia mai, non si fugge. Prima o poi si torna a casa-

I due agenti squadrano Fantoni che gli fa un cenno d’assenso. E portano via Orlando e Francesco e dietro il fantasma insanguinato del padre.

Il colonnello, rimasto solo nella stanza, si avvicina all’armadietto, si china facendo schioccare le ginocchia indolenzite e apre le due ante del mobile.
Di fronte ai suoi occhi file di bottiglie, ogni tappo al suo posto, piene fino all’orlo, intatte.

mercoledì 19 dicembre 2007

Essere e diventare


Mi sta di fronte.
Con quella sua aria da pulcino spaurito spilucca la tovaglia su cui sono rimaste le molliche del pranzo. Ha l’aria di chi si sforza di ricordare un avvenimento lontano.
Una ruga di espressione si forma fra gli occhi. E’ crucciata, intenta.
Non s’accorge che la osservo. Studio il suo volto e il mio sguardo scivola fra le rughe del suo viso.
Nelle altre stanze nient’altro che il silenzio che si fa eco da solo.
E’ strano pensare a lei come maestra, poi come madre di tre figli e infine come mia nonna.
Non ricordo molto di lei prima della malattia.
Gli odori però sono cambiati, ne sono sicuro.
La sua cucina era sempre un confortevole caos. Nascosto sotto il tavolo o dietro una sedia mi divertivo a rubarle la pasta frolla o semplicemente ad osservarla mentre impastava, mescolava, infornava e bolliva come fosse quattro persone.
Era il tempo degli odori di fritto, di dolci, di pesce di…
Ora tutta la casa odora di stanchezza.
I sorrisi bonari sul volto dei miei parenti si sono incurvati. Anche i brontolii di mio nonno sono diventati più stanchi.
Mia madre quando parla di nonna la descrive come una donna forte e autoritaria, ma ora sembra impossibile che un giorno fosse davvero così.
Ricordo che mi ha insegnato a scrivere sulla terrazza della casa al mare. Era severa finché durava la lezione, ma poi di nuovo dolce quando arrivava l’ora della merenda.
E ricordo anche le sue storie che parlavano degli eroi greci e di mostri leggendari.
Quelle stesse storie non hanno, ora che le leggo sui libri di scuola, lo stesso significato.
Ulisse non è più il personaggio di una favola e le arpie che attaccano Enea,non hanno più la voce gracchiante che faceva mia nonna per spaventarmi.
Mio nonno entra nella stanza trascinando i piedi come fossero fatti di piombo. Le toglie il grembiule e lo sgrulla con gesti che ormai sono soltanto la ripetizione di quelli del giorno prima e di quello prima ancora.
Sulla mensola della sala da pranzo c’è una loro foto scattata durante le nozze d’argento.
Sorridono tutti e due e si guardano con amore. Ora invece gli occhi di mio nonno sono vacui, annebbiati. Stare vicino a lei si fa ogni giorno più difficile eppure, quando incontra i suoi occhi, sorride e la chiama tesoro.
La malattia che la affligge sta cancellando, dalla mente di chi la conosceva, il ricordo della persona che era, sostituendolo con quello di una vecchina fragile e impaurita che non è mia nonna.
Per un attimo,solo per un attimo, mi sembra di scorgere sul viso di lei lo stesso sguardo di una volta, ma, come ho già detto, è solo un attimo.

Mia nonna soffre dell morbo d’Alzheimer da sette anni.